Dollaro in recupero ma sotto livelli pre-FOMC

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Dopo due settimane di cali quasi continuativi, il dollaro statunitense ha chiuso quella passata in recupero parziale. Un recupero che non ha però permesso al dollaro di risalire al di sopra dei livelli pre-FOMC conosciuti circa un mese fa.

Di fatti, per ricordare i principali elementi che hanno influenzato il corso della valuta nordamericana, i dati di venerdì non sembrano aver aiutato la tenuta delle sue quotazioni: le delusioni sulla produzione industriale e, soprattutto, sulla fiducia del Michigan hanno più che compensato la sorpresa favorevole sull’indice Empire. Del dato di fiducia ha pesato soprattutto il calo della componente sulle aspettative di inflazione a 5-10 anni, registrato in un mese di chiara salita delle quotazioni petrolifere.

Dollaro, chiusura di settimana al ribasso

L'euro-dollaro al ribasso ha molti vantaggi

Il dollaro ha chiuso la settimana al ribasso, su livelli in linea con i minimi di ottobre. Ancora una volta, a pesare è stata la lunga scia delle valutazioni emerse dopo la conferma di un approccio molto cauto della Federal Reserve, che lascerà i tassi fermi al FOMC del prossimo 27 aprile, senza peraltro dare sufficienti garanzie sulla possibilità di un rialzo al successivo FOMC di giugno (evento che, tuttavia, per il momento a nostro giudizio rimane ancora la view più probabile).

Euro in rafforzamento nonostante nuovi dati deflazione

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Continua la marcia di rafforzamento dell’euro, a margine della pubblicazione di dati che sanciscono una ulteriore inflazione negativa: il dato, per l’area euro, si è confermato infatti con il segno meno per il secondo mese consecutivo, -0,1 per cento tendenziale dopo il -0,2 per cento di febbraio.

Si allontana, pertanto, il target di statuto della Bce, che ha in mente un indice dei prezzi al consumo poco al di sotto del 2% e che proprio per questo motivo un anno e mezzo fa avviò un quantitative easing poi intensificato proprio all’inizio del mese da 60 a 80 miliardi al mese.

Sterlina in arretramento dai massimi post FOMC

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La sterlina britannica ha aperto la settimana iniziando la sua strada di arretramento rispetto ai massimi raggiunti nell’immediato post-FOMC della Federal Reserve in area 1,45 GBP/USD. Ad ogni modo, il cedimento è piuttosto modesto, soprattutto se si tiene conto dei rischi – più volte ricordati anche sul nostro sito – che sono legati all’incertezza sull’esito del referendum UE di giugno (Brexit).

La tensione politica sul tema Brexit è infatti molto elevata, e per il momento sembra che il mercato stia reagendo meglio del previsto. Probabilmente tale resistenza alle difficoltà da parte del mercato risulta essere imputabile al fatto che mediamente i sondaggi si mantengono stabili rispetto alle scorse settimane, aumentando però nel contempo il rischio di correzione del cambio qualora dovesse emergere un seppure lieve aumento delle fila dei favorevoli a uscire dall’Unione Europea.

Dollaro USD e CAD in rialzo

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Odor di rafforzamento per i dollari nordamericani, con quello statunitense che ha continuato a rialzare la testa, spinto anche dai dati macro che sono stati pubblicati nel corso degli ultimi giorni, e che hanno ben potuto generare la propulsione nei confronti dell’USD. Tra i principali, l’ISM manifatturiero ha in particolare sorpreso positivamente mostrando un incremento superiore alle attese, che ha riguardato anche la sotto-componente prezzi. Anche tassi attesi e rendimenti ne hanno risentito, salendo su tutte le scadenze.

Accordo UE – Regno Unito raggiunto, ecco cosa cambia

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L’accordo UE con il Regno Unito è stato finalmente raggiunto, dopo lunghe negoziazioni, passi indietro, improvvise accelerate. Venerdì sera, il vertice UE si è invece concluso con l’approvazione di un’intesa che – sostanzialmente – rafforza lo status di membro speciale del Regno Unito nell’UE, conferendo al governo di Cameron alcuni speciali facoltà. Cameron ha contestualmente annunciato che il referendum sull’accordo si terrà il 23 giugno, confermando che condurrà la campagna a favore della permanenza nell’UE.

Nessun rialzo tassi Fed nel 2016?

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Gli Stati Uniti non sono certamente indifferenti alle tensioni dei mercati finanziari e ai rallentamenti delle economie emergenti (e, di qui, della complessiva crescita globale). Talmente attenti che le istituzioni finanziarie all’interno dei propri confini, e non solo, starebbero rivedendo in maniera ancora più prudenziale i propri atteggiamenti. E, secondo alcuni analisti, la Fed dovrebbe porre in essere un comportamento molto attendista, che non la indurrà ad alzare ancora i tagli nel 2016.

Sky e Feltrinelli siglano accordo in esclusiva

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Sky e il gruppo Feltrinelli hanno siglato un’interessante intesa che prevede la presenza del canale Laeffe in via esclusiva sul network di Murdoch a partire dal prossimo 30 gennaio, sul numero 139 del decoder satellitare.

In “cambio”, i punti vendita Feltrinelli saranno muniti di spazi dedicati alla Tv di Sky, mentre il numero 50 del digitale terrestre verrà dedicato allo SkyTG24.

Scelte di investimento 2016, molto dipenderà (ancora) dalla Fed

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Il 2016 è appena cominciato, e le scelte di investimento che verranno fatte nell’anno non potranno che influenzare in maniera significativa l’andamento dei propri portafogli. Il tutto, nella consapevolezza che molti orientamenti dipenderanno ancora da come la Fed deciderà di influenzare i mercati nei prossimi mesi, considerato che le manovre di politica monetaria delle Banche centrali – e in particolar modo della Federal Reserve – oltre alle sorti delle elezioni presidenziali statunitensi, il rallentamento della crescita in Cina, la crisi delle economie dei paesi emergenti, il crollo delle quotazioni del greggio, le tensioni geopolitiche e il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, potrebbero minare le poche certezze degli investitori internazionali.

Petrolio ai minimi, gli effetti sulle valute

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Continua imperterrito il calo del petrolio, spinto al ribasso dalla domanda in flessione, e dalla decisione dei Paesi Opec di fissare alto il livello di produzione. Ne è derivata una nuova contrazione delle quotazioni del greggio, con il Brent che ha toccato i minimi da undici anni a questa parte a quota 36,17 dollari al barile (l’ultima volta che una simile quotazione fu raggiunta fu nel luglio del 2004), con una perdita del 37% da inizio anno ad oggi.