Euro-dollaro: già concluso il trend ribassista?

Nei giorni scorsi le parole di Draghi avevano causato un interessante trend ribassista per il cambio euro-dollaro. La moneta unica stava deprezzandosi “a vista d’occhio”. Effetto, questo, delle dichiarazioni del presidente della Bce al forum delle banche centrali, che hanno fatto presagire ai mercati internazionali l’adozione, anche per l’Europa, del Quantitative Easing. Un evento epocale, di cui si è avvertito per qualche giorno l’imminenza.

Eppure, il rischio che tutto si riveli un fuoco di paglia è molto grande. Il problema risiede nel fratto che introdurre il Quantitative Easing è difficile, tanto per ragioni politiche (la Germania non è d’accordo), tanto per ragioni strutturali. A raffreddare ulteriormente gli animi sono poi intervenute le dichirazioni di alcuni maggiorenti dell’economia europea. Il risultato è che l’euro ha prima rallentato la sua corsa al ribasso e poi, seppur di poco, ha invertito la rotta. Le quotazioni della moneta unica, comunque, stazionano tutt’ora a un livello molto basso.

A pesare, come anticipato qualche riga fa, è la consapevolezza dei limiti dell’azione della Bce, tanto in campo politico quanto in campo strutturale, e, soprattutto, alcune interpretazioni delle parole di Draghi. Si sono susseguiti, infatti, già dalla giornata di ieri, gli appelli a non considerare le parole del banchiere italiano come una negazione dell’austerity. Insomma, niente Quantitative Easing.

Queste analisi non hanno ancora convinto i mercati, che quindi stanno mantenendo l’euro a quotazioni vicini al minimo da settembre 2013. Eppure, seppur a ritmo di lumaca, l’euro sta riacquistando terreno.

Attualmente, infatti, la moneta unica si è portata, sempre sul dollaro, a 1,3215. Il 2% in più rispetto al “fondo” toccato qualche giorno fa (1,3151). Tutto ciò in un quadro che vede tutte le monete “rifugio” in via di indebolimento. Il dollaro e lo yen in primis. A pesare, ovviamente, le difficoltà in campo economico. Le attese, spesso, sono state deluse e non è un caso che la Yellen, numero uno della Fed, abbia deciso di non velocizzare il processo di tapering.

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