Forex, l’impatto della crisi valutaria dei paesi emergenti

La settimana scorsa è iniziato un trend che potrebbe incidere, e non poco, tanto sui mercati quanto nell’economia reale. Alcuni pensano sia in atto il terzo atto della crisi finanziaria globale (Stephen Jen della Slj Macro Partners). Il primo è stato nel 2007-2008 con la crisi dei mutui subprime; il secondo è stato nel 2010-2012 con la crisi dei debiti pubblici europei. Il terzo sarebbe già in corso e coinciderebbe con la clamorosa crisi valutaria che sta interessando i paesi emergenti.

Il 24 gennaio abbiamo assistito al classico dei “venerdì nero”, che però ha coinvolto solo paesi come l’Argentina, il Venezuela e la Turchia. Queste monete si sono ampiamente svalutate nei confronti delle monete forti, euro e dollaro. In particolare, il peso argentino ha perso in un solo giorno il 15% del suo valore. Da quelle parti è allarme inflazione.

Il problema di questi paesi è l’eccessiva dipendenza dalle decisioni americane. Si può affermare che la loro prosperità e la crescita del loro Pil sia stata determinata da condizioni artificiali “fabbricate in casa altrui” e non da un reale progresso economico. La dipendenza, nello specifico, è rispetto alla Fed e al suo Quantitative Easing. Non appena il massimo istituto finanziario americano ha annunciato il Tapering, i capitali stranieri sono fuggiti dai paesi emergenti, ponendo in essere un trend tutto teso alla svalutazione.

Se la passano male, oltre al peso, anche la lira turca e il rublo russo. La lira turca venerdì ha perso il 2% e guadagna già il 9% rispetto all’anno scorso (l’USD/TRY è a circa 2,34). Il rublo russo è ai minimi dal 2009 e si attesta intorno al 34,6.

Secondo la banca d’affari HSBC, i paesi più esposti sono, precisamente in quest’ordine: Venezuela, Ucraina, Turchia, Pakistan, Argentina, Russia, Egitto e Ungheria.

Quali sono le prospettive per il 2014? La causa principale delle sofferenze valutarie è rappresentata dal Tapering, che però non si fermerà. L’unica soluzione per le economie emergenti sarebbe attuare politiche monetarie restrittive. Scelta difficile da adottare perché significherebbe porre un freno alla crescita economica.

Nel frattempo, un buon consiglio, espresso anche dai principali investitori, è quello di porre il capitale al sicuro nelle classiche “valute rifugio”, ossia quelle stabili, forti e con una solida economia alle spalle: dollaro, yen e franco svizzero. L’euro potrebbe rientrare in questa categorie, ma le sofferenze per ciò che concernel’economia reale sono troppe.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *